La storia di Giorgio Castriota detto "SCANDERBEG" eroe nazionale Albanese



Giorgio Castriota nacque nel nord dell'Albania (nella valle del Matì) nel 1403, ultimo genito del principe Giovanni che molto tempo combatteva contro  i Turchi.
Castriota è stato ed è tuttora immerso nella leggenda, le sue epopee a tutt'oggi suscitano sentimenti di grandezza in ogni albanese, addirittura la leggenda narra che la madre incinta sognò un drago che sovrastava l'Albania, inghiottendo moltitudine di Turchi.
Quando nacque Giorgio la tradizione narra che questi avesse già tatuato sul braccio una spada.
A proposito della leggendaria spada che ha un'elsa forgiata a forma di drago che si protende verso un guerriero, pare che sia conservata presso il  museo di Capodimonte a Napoli.

 





Ritratto di Scanderbeg




Elsa della spada di Scanderbeg

Quando il padre Giovanni venne sconfitto dai Turchi, per salvare il regno oltre a pagare un'ingentissima somma di denaro come danno di guerra, dovette anche consegnare in ostaggio ai vincitori ben quattro figli: Stanislao, Reposio, Costantino e appunto Giorgio.
Due di questi non torneranno più in patria a causa di misteriose vicende, il terzo si consacrò agli altari come monaco, quindi Giorgio fu il solo a poter tornare in patria solo dopo molti anni.
Durante la prigionia studiò molto, al punto da imparare ben cinque lingue, il turco, l'arabo, il greco, l'italiano e lo slavo.
Sin dalla giovinezza si indirizzò verso la carriera militare nell'armata del Sultano Murat II.

Di lui si dice che fosse di aspetto maestoso e dotato di una forza fuori dal comune, in quegli anni imparò a tirare di spada. 
Si dice che durante un combattimento riuscì, con un solo colpo, a spaccare in due un guerriero protetto da corazza.
Non dimenticò però mai la sua patria e al momento buono fece in modo di tornare a lottare per il suo paese.

Ciò avvenne nel 1443, in occasione di uno scontro tra il principe di Serbia, spodestato dal Sultano Turco, ma sostenuto nella sua reazione da Papa Eugenio IV, e l'esercito Turco affidato a Cara-bey-Pascia affiancato, appunto, dal Castriota (cui nel frattempo i Turchi avevano cambiato il nome in Iskander).

Castriota approfittò dei momenti immediatamente precedenti alla battaglia per schierarsi inaspettatamente con i Serbi che iniziarono a scandire il nome di Iskander storpiandolo in Scanderbeg.

Dopo la vittoriosa battaglia tutti i vescovi e i principi d'Albania si ritrovarono nella cattedrale di San Nicola ad Alassio (nel territorio della Serenissima) per giurare unità e fermezza nella lotta contro il Turco. 
A capo di questa coalizione militare di popoli schipetari venne posto il Castriota che organizzò immediatamente l'esercito e lo rafforzò istituendo la coscrizione obbligatoria.

La reazione Turca non si fece attendere, il 27 settembre 1446 il Sultano Murat inviò  un'armata di 25.000 uomini, di cui metà a cavallo, per aver ragione definitivamente dell'Albania.
Ma nel corso della notte, quando il campo turco era immerso nel sonno, Castriota attaccò e sgominò l'intero esercito turco.
Anche la Repubblica di Venezia iniziò a preoccuparsi dell'eccessivo clamore e ardore che permeava l'alleato Albanese.



Elmo di Scanderbeg

In particolare decise di ridurre il suo contributo alla causa, orientandosi ad un appoggio verso i Turchi per prevenire il pericolo della "grande Albania".
La situazione degenerò fino alla guerra.


Il 3 luglio 1448 Scanderbeg affrontò e sconfisse, non senza fatica, l'esercito Veneziano, subito dopo corse in aiuto del suo alleato Conte Urano a Croja e lo aiutò a sconfiggere i turchi. In quest'occasione anche lo stesso Mustafà Pascia cadde prigioniero Albanese.
A questo punto il Sultano MuratII in persona si mise a capo di un grandissimo esercito e marciò verso Scanderbeg.
Il Castriota comprese che la situazione stava diventando molto difficile e tentò di chiedere aiuto sia al papa che al re di Napoli che non fu furono così solleciti a sostenere l'Albanese.
Passarono due anni e dovette arrivare la prima grave e preoccupante, per l'occidente, sconfitta del Castriota, prima che il Ppa Callisto III e il re di Napoli inviassero contingenti e sostegno alla causa Albanese al fine di arginare la straripante pressione ottomana.

Una volta ancora il Castriota fu abile e fortunato riuscendo a sconfiggere i turchi.
Addirittura in un impeto di lealtà e di gratitudine nei confronti del re di Napoli, decise di sostenere con un'azione militare il figlio del re Ferrante minacciato da Giovanni d'Angiò il 18 agosto 1462 ad Orsara di Puglia, contribuendo, ovviamente, alla vittoria di Ferrante.

Ritornato in Albania, continuò ad essere l'incubo militare dei turchi, ma sempre più forte si faceva la pressione ottomana nei suoi confronti.
Nei giorni in cui stava organizzando ad Alessio un'assemblea di principi Albanesi, venne colto dalla febbre malarica che lo uccise.

Proprio in quei giorni l'esercito turco stava puntando con decisione verso Scutari, a questo punto la tradizione vuole che, il contingente schipetaro riuscì a costringere alla fuga i turchi solamente alzando i vessilli di guerra dello Scanderbeg di cui non era ancora loro nota la morte.

Questa fu l'ultima vittoria degli albanesi contro i turchi, in poco tempo l'esercito ottomano riconquistò tutto il territorio albanese.

Era il 17 gennaio 1468, con la morte di Castriota si concludeva la breve, ma intensa, stagione del sogno della "grande Albania"; Scanderbeg rimase per sempre il simbolo dell'unione nazionale Albanese e del legame con l'occidente Cristiano.

 


Fonti: Spunti tratti da un'articolo di A. Raspagni sulla Rivista "Militaria" nr 11 anno 2