Premessa:
Le sorti della storia, e una certa riluttanza della aristocrazia veneziana a ad esaltare “il mestiere delle armi”, hanno reso difficile farsi un’idea esatta dell’esercito veneto durante tutte le epoche. Per non parlare poi del finire del ‘700 quando l’invasione napoleonica distrusse e assorbì (parlo di armamento, divise, risorse) tutto quello che restava delle forze armate venete, compresa la memoria. Per cui il mio lavoro, appoggiandosi a documentazione inoppugnabile, vuole svelare un poco questo che ormai rischia di esser un mistero. Che aspetto aveva la fanteria veneta all’arrivo dell’Unno francese?Qui, ammesso che ne siate interessati, troverete una risposta.
L’autore

LE DIVISE DELL’<INFANTERIA VENETA > NELL’ULTIMO PERIODO (1790-1797)

Con un decreto del Senato nel 1788 (6 giugno) il governo veneto decise di sostituire le  uniformi per la fanteria, al posto delle precedenti di chiara derivazione austriaca, anche se rimase in adozione il tipico caschetto in cuoio per la truppa. Tale decreto entrò in vigore nel 1790 ed è riportato nel volume (stampato ad inizio del 1900) “I Corsi nella Fanteria Italiana” di Paleologo Oriundi, a proposito della vestizione di un reggimento di soldati di fanteria originari della Corsica. All’epoca si rivestivano in un anno sei reggimenti, quindi dobbiamo dare per conclusa l’operazione nel 1793, dato che i reggimenti erano 18 in totale, escludendo gli Oltremarini.


Particolari della divisa:
era prevista una velada (marsina) di lana blu, tipica delle fanterie dell’epoca (sostituiva la precedente di foggia austriaca in lana bianca) aderente, con paramani, risvolti delle code e collarin bianchi.
I risvolti delle code erano trattenuti trattenuti da due cuoricini di metallo. Erano previsti 9 bottoni in ottone, che portavano inciso sopra il numero del reggimento. Tre bottoni più piccoli per parte servivano a ornare rispettivamente le due tasche laterali.
Sotto, ufficiali e soldati indossavano un gilet bianco (camisiola) egualmente dotato di nove bottoni di ottone , mentre i pantaloni erano blu, aderenti e lunghi fino a sotto il ginocchio, aperti sul davanti (oggi diremmo “alla marinara”) come si usava allora. Si adottarono anche un paio di ghette ( chiamate stivaletti) nere, di tela di traliccio (tela robusta), con numerosi bottoni laterali neri, al posto delle bianche precedenti. La differenza tra la divisa degli ufficiali e dei soldati si notava soprattutto, oltre che per la qualità del panno, nella lunghezza, quella dei soldati essendo una giacca corta  con le falde rivoltate, mentre quella degli ufficiali era somigliante a un frack, con le code lunghe fino a metà gamba.
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Figura 1
soldato Paravia Museo Correr


Gli ufficiali usavano una camicia con merletti sui polsini (i soldati un camiciotto di tela grezza), e uno sparato di merletto copriva l’apertura superiore della veladacollarin). Dal capitano in su erano in uso degli stivali alti, da cavaliere, disponendo questi ufficiali di cavalcatura..
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Figura 2
basso ufficiale Paravia Museo correr
(l’ultimo bottone rimaneva aperto). Infine tutti usavano una specie di collare in cuoio nero intorno al collo (


La divisa aveva in genere una sola spallina, la sinistra, che però era attaccata sotto la spalla alla foggia prussiana (perlomeno nell’iconografia lasciataci dal Paravia non sono visibili superiormente).
Il soldato copriva il capo con un caschetto in cuoio nero di foggia austriaca, adorno sul frontalino di un leone andante in ottone (precedentemente era in moeca), mentre sul lato sinistro si adottò con questa divisa, una piuma di struzzo (prima mancava), infilata in un bottone di lana bianca (come quello tipico delle penne degli alpini attuali) circondato da una coccarda bianca e blu.
Dal 1788 era in uso per gli “uffiziali” (si comprendevano nel novero anche i sergenti, mentre i graduati erano gli ufficiali superiori) il bicorno, definito nel regolamento “cappello alla francese”, come è dimostrato anche da illustrazioni d’epoca, in sostituzione del tricorno, che prima portava le insegne di grado in questo modo:
Li cappelli degli Alfieri, Tenenti e Capitani Tenenti, saran forniti di una rosetta mista d’oro e di seta blù, affissa all’ala sinistra, con bottone ed asola di seta nera.
Quelli delli Capitani, avranno due rosette, una per ala e sul restante uguale ai sopradetti, e quelli dei Sergenti Maggiori, Tenenti Colonnelli e Colonnelli, avranno due rosette di solo filo d’oro.”
Oltre alla coccarda sopra descritta, ora vi erano dei fiocchetti pendenti ai lati del cappello, blu, di un misto blu e oro, o di solo oro.
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Figura 3
“Velada”da ufficiale di Marina conservata al Museo dell’Arsenal


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Figura 4

Ten. Colonnello, Paravia Museo Correr


Inoltre sopra la coccarda o rosetta (che ora è sempre unica ed è posta sul lato sinistro del bicorno), svettava una bella piuma di struzzo, più grande di quella della truppa. Per il sergente la rosetta sul tricorno era sostituita da una coccarda blu sul bicorno, come in precedenza. La rosetta o la coccarda erano fissate da un’asola di seta (nera o oro) e un bottone nero o di ottone.
Altro particolare che distingueva i sergenti dagli altri ufficiali,consisteva nel fatto  che il loro bicorno era privo sia  dei fiocchetti pendenti lateralmente, sia del gallone d’oro sul bordo.
Agli ufficiali era concesso l’uso del bastone con distintivo di grado che si esprimeva nella foggia del pomello e nel fiocco pendente che lo adornava, uguale al fiocco pendente del bicorno:
“Li fiocchi della spada e del bastone saranno eguali in tessitura e mole. Li bastoni degli Alfieri, Tenenti e Capitani Tenenti, saranno guarniti con pomo d’avorio, quelli dei Capitani, saranno guarniti con pomo dorato liscio, e quello dei graduati con pomo simile ma distinto con piccola fascia in rilievo dove esso si congiunge alla canna”.
Per gli ufficiali superiori (graduati) era previsto l’uso di una filettatura d’oro sul gilet: “Le camiciole di panno dei graduati (Colonnello, Tenente Colonnello e Sergente Maggiore) saranno guarnite con galloni d’oro dello stesso lavoro e qualità, ma di altezza diversa, relativamente al loro grado.”
Il cappotto (veladon) era ora di panno blu con risvolti e colletto bianchi, uguale per tutti. Per il servizio di guardia veniva indossato una specie di cappotto di fattura molto più grezza, con cappuccio, simile a quelli usati dai pescatori di Chioggia in mare, per ripararsi dal maltempo.
Durante i mesi caldi si usava la stessa marsina (velada) dell’inverno con una sottoveste e calzoni di rigatino bianco, con bottoni bianchi di filo semplici.


Buffetteria:

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Figura 5 Giberna fante veneto ricostruita. Sulla tasca esterna vi era la placca in ottone con un leone marciano “in moeca” con il copricapo dogale sulla testa.

per il fante era prevista una giberna detta tasco di pelle di bulgaro nera, sorretta da una cintura in pelle di bufalo verniciata di bianco. All’interno del tasco un supporto in legno forato, conteneva le cartucce e qualche attrezzo. Sul davanti vi era un leone di San Marco d’ottone, in moeca e con il corno dogale in testa..  
Una cintura bianca in vita serviva per appendervi il fodero della baionetta, nero con puntale di ottone. .
Gli ufficiali avevano i pendenti che sorreggevano il fodero dello spadino, verniciati di bianco, adorni di leoncini di color argento o oro a seconda del grado. Tale sistema era previsto anche per la fibbia della cintura (pendon) che sorreggeva la spada.
Le scarpe erano quelle in uso allora, basse e con la fibbia. La suola era rinforzata da una serie di chiodi, come  si usava ancora 50 anni fa nell’esercito italiano.
Le ghette erano nere (erano chiamate “stivaletti”) di tela robusta e partivano da sopra il ginocchio. Erano in dotazione anche ai bassi ufficiali, privi di cavalcatura.
Armamento:
Il fante usava il fucile veneto modello Tartagna (progettato dall’allora omonimo capitano di artiglieria nella seconda metà del ‘700) che traeva ispirazione da un modello prussiano di metà ‘700 (probabilmente ne era la replica) e derivava dal precedente modello Gasperoni, era munito di baionetta con lama larga alla foggia austriaca. La lunghezza era notevole, erano previste ben quattro fascette in ottone per fissare la canna al legno.
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Figura 6
Ufficiali di fanteria con la divisa precedente, bianca, alla austriaca

 

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Figura 7
progetto del fucile Gasperoni, precedente il Tartagna, archivio di Stato Ve

 

L’ufficiale sfoggiava uno spadino sorretto da pendenti bianchi attaccati a una cintura dello stesso colore e usava in battaglia un paio di pistole appese a tracolla del cavallo, davanti alla sella. I bassi ufficiali, non muniti di cavalcatura, si armavano in caso di battaglia,  come i fanti, con un fucile. Il sergente usava, al posto dello spadino, una spada ricurva a lama larga detta “palossetto”, simile al briquet francese. Tale spada era in dotazione a tutti i fanti fino al 1788, con la divisa bianca, per poi essere abbandonata, probabilmente per ridurre i costi o perché si riteneva superflua avendo già il soldato la baionetta.


Piedilista reggimenti fanteria al 1790
Regg. Veneto Real
Regg. Treviso
Regg. Verona
Regg. Rovigo
Regg. Padova
Più altri altri 13 con il nome del colonnello Comandante, per un totale di 18.
Il Reggimento che aveva il numero I (scritto sui bottoni in carattere romano) era il Veneto Real, fondato da Morosini, durante la campagna di Morea. I componenti di questo reggimento, come gli altri, erano di etnia mista arrivando dalle più svariate parti d’Italia: la titolazione al Veneto era solamente onorifica e si riferiva allo Stato Veneto.
All’epoca il Veneto come regione non esisteva, essendo chiamata “Venezia di terraferma e Lombardia Veneta, il territorio dello stato di Terra (assieme alla Patria del Friuli).
Per avere un quadro completo delle forze di Fanteria, ad essi si debbono comunque sommare i reggimenti degli oltremarini o “Schiavoni”, i più famosi e valenti soldati di lingua illirica, al servizio di San Marco. Essi erano a tutti gli effetti considerati “Nazionali”, essendo sudditi veneti, a differenza (naturalmente) dei reparti italiani arruolati negli altri stati.

Avendo la spada ed il fucile, era da stabilire quale delle due armi dovessero usare i nostri Schiavoni, per presentare gli onori e per muoversi in parata.
Il fante normale usò sempre il fucile, anche quando aveva al fianco il “palossetto” (una spada corta e ricurva simile al “briquet” francese, essendo un binomio inscindibile fanteria e moschetto, mentre l’oltremarino era certamente più identificabile  con la spada schiavona,  l’arma da accompagnamento di questi  famosi soldati “nazionali”. Tanto è vero che molti la vollero come arma, pur non appartenendo a tale truppa. Ne abbiamo anche una prova letteraria: nel libro  “Memorie di un ottuagenario”, conosciuto meglio  come “Memorie di un italiano”, Ippolito Nievo, ci descrive il Conte zio, armato di una pesante schiavona e di un paio di mustacchi (all’uso schiavonesco, appunto) “per dimostrar il suo sfavore agli imperiali”, vantando egli improbabili trascorsi guerreschi con quella truppa baldanzosa e audace. Ecco allora comparire nel manuale del “Felt Marescial Mattias Gio: Co: di Schulembough” datato 1735, la descrizione dei movimenti che l’oltremarino doveva compiere per estrarre la spada e rimetterla poi in fodero, tenendo fermo nel contempo il fucile al fianco.
Il resto, cioè il presentare le armi alla bandiera, all’ufficiale comandante, o il muoversi in parata, credo fosse assimilabile ai movimenti con la spada contenuti in altri manuali, l’ultimo dei quali fu scritto da Giovanni Salimbeni (noto personaggio che, onorato di incarichi importantissimi nell’ambito militare, fu probabilmente una delle colonne portanti del disegno volto a favorire l’instaurazione di un nuovo governo di stampo  “democratico”, gabbando un Doge debole e insicuro.
Riporto qui sotto i comandi trascritti dal manuale Schulembourg, ricordando che la schiavona era detta anche “palosso”

Movimento per l’ Infanteria Oltremarin

Comandi e tempi

Fuori il Palosso

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Si prenderà il braccio sinistro e si impugnerà colla destra il collo del fucile dandogli una piccola spinta colla spalla sinistra per metterlo in candela, poi colla mano sinistra si passerà prontamente ad’incontrarlo con risonanza a pollice steso in faccia all’occhio.

 

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Si girerà il corpo sul tacco sinistro per un ottavo di giro verso la sinistra avanzando il piede destro a mezzo il piede sinistro ed a tre dita di distanza, restando però il capo di fronte. Colla mano sinistra si calerà il fucile lungo il fianco a braccio steso e si metterà in bilancia colla bacchetta di fronte e la canna in sù. La mano destra subito dopo abbandonato il fucile, passerà ad’impugnare il Palosso, col pollice steso. Avertasi di tener fermo accosto al fucile il fodero del Palosso colle dita indice e medio della sinistra, per poterlo facilmente cavar fuora.

 

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Rimettendo il corpo di fronte si sguainerà il Palosso, portandolo vivamente colla punta in sù in candela in faccia la spalla dritta col piano di fronte, guardamano verso la sinistra, e pugno accorso al fianco.

Palosso in fodero

1

Si girerà il corpo verso la sinistra nel modo indicato nel movimento precedente, e colle dita indice, e medio della sinistra si prenderà il fodero. S’inclinerà la punta del Palosso prendendola all’imboccatura del fodero, e chinando un po’ la testa per potersi vedere, si introdurrà la lama nel fodero stesso restando colla mano all’impugnatura del Palosso.

 

2

Si rimetterà il corpo di fronte, e si alzerà colla  mano sinistra il fucile, rasente il fianco sinistro girandolo perché la canna si rivolga alla fronte, e si porrà in candela col calcio in fianco nel modo solito. Allora colla destra s’impugnerà il collo e colla sinistra si passerà ad impugnarlo con risonanza sotto il calcio.

 

3

Si gitterà il braccio destro al suo fianco.

 

Millo Bozzolan, veneto.

Ps. Chi fosse interessato ad avere altre notizie,magari perché intenzionato a ricostruire la divisa a scopo rievocativo è pregato di contattarmi via internet Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Sono a disposizione.

 

Fonti:
I Corsi nella fanteria Italiana di Paleologo Oriundi edito nel 1912
La campagna di Napoleone in Italia, di Eugenio Barbarich edito nel 1908
Uniformi militari italiane del 700 ed. Rivista Militare 1976
L’esercito veneziano del 700 di G. Favaloro  ed. Filippi
Museo Correr per le illustrazioni del Paravia, ufficiale dell’esercito veneto.
Archivio di Stato di Venezia
Museo dell’arsenal Venezia